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Il colibrì – Sandro Veronesi

“Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c’è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n’è uno anche dietro l’immobilità. Ma questo è perché il nostro tempo ha conferito via via sempre più valore al cambiamento, anche a quello fine a se stesso, e il cambiamento è quello che vogliono tutti. Così, non c’è niente da fare, alla fine chi si muove è coraggioso e chi resta fermo è pavido, chi cambia è illuminato e chi non cambia è un ottuso. È ciò che ha deciso il nostro tempo. Per questo mi fa piacere che tu ti sia accorta che ci vogliono coraggio ed energia anche per restare fermi”.
Il colibrì è tra gli uccelli più piccoli al mondo; ha la capacità di rimanere quasi immobile, a mezz’aria, grazie a un frenetico e rapidissimo battito alare (dai 12 agli 80 battiti al secondo). La sua apparente immobilità è frutto piuttosto di un lavoro vorticoso, che gli consente anche, oltre alla stasi assoluta, prodezze di volo inimmaginabili per altri uccelli come volare all’indietro…
Marco Carrera, il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, è soprannominato il colibrì. La sua è una vita di perdite e di dolore; il suo passato sembra trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d’acqua. Eppure Marco Carrera non precipita: il suo è un movimento frenetico per rimanere saldo, fermo e, anzi, risalire, capace di straordinarie acrobazie esistenziali.
VOTO: 6,5
Giudizio personale: Leggendo il libro è difficile non familiarizzare con Marco Carrera; un personaggio a cui ogni lettore credo si sia affezionato. Tuttavia nel libro c’è qualcosa che non mi ha convinto nello svolgimento della trama. Mi è sembrato che al povero Marco Carrera gliene siano capitate un po’ troppe. Dopo un inizio promettente, il libro perde un po’ di potenza. Alcuni tratti li ho trovati inverosimili e un po’ banali. Il finale invece è iconico e l’ho trovato molto bello. E’ un libro scritto bene, che fa anche riflettere sul corso della vita; però non mi ha lasciato completamente soddisfatto e la lettura è stata lenta e non mi sono mai sentito travolto dalla voglia di andare avanti. Personalmente di Veronesi ho preferito ‘Caos Calmo’.
Mr. Vertigo – Paul Auster

Ho iniziato questo 2024 finendo Mr. Vertigo, libro che avevo scelto di leggere dopo averne sentito parlare in radio. E’ un libro che ho molto apprezzato e anche per questo ho deciso di farne una breve recensione.
Il libro parla della vita di Walter Rawley, un ragazzino povero di St. Louis che sembra destinato a una vita triste, ma poi incontra il suo mentore Master Yehudi, un uomo tenebroso, che gli promette di insegnargli a volare. Il loro rapporto inizia con il ragazzo che arriva ad odiare il suo maestro, ma col passare delle pagine e dei km che percorrono insieme sulle strade americane; il giovane capisce e apprezza sempre di più il suo maestro fino a renderli inseparabili. Insieme a Walt percorriamo le strade e la storia di mezzo secolo americano. Un libro entusiasmante, con una scrittura fluida che ci fa sognare e poi ci riporta subito alla realtà.
“In fondo, non credo che occorra un talento particolare per sollevarsi da terra e librarsi a mezz’aria. E’ qualcosa che tutti abbiamo dentro, uomini, donne, bambini, e se uno ha voglia di metterci tanto lavoro e concentrazione, non c’è essere umano che non potrebbe ripetere le gesta che io ho compiuto nei panni di Walt il Bambino Prodigio. Basta smettere di essere se stessi. E’ da lì che si comincia; tutto il resto viene di conseguenza. Basta lasciarsi svaporare. Eliminate ogni tensione muscolare, concentratevi sul respiro fino a sentire l’anima che esce dal corpo, e infine chiudete gli occhi. E’ così che si fa. Il vuoto che vi si crea dentro il corpo si fa più leggero dell’aria che vi circonda. A poco a poco, pesate meno di nulla. Chiudete gli occhi; allargate le braccia e lasciatevi svaporare. A quel punto, poco per volta, vi solleverete da terra.
Ecco, così.”
Voto del libro: 8.5
Penso si tratti di uno di quei libri da mettere nella categoria DA LEGGERE. La storia di Walt mi ha ricordato tanto la storia di Forrest Gump, che è il mio film preferito, per come è strutturata. E’ scritto bene, fluido, è interessante, ci trasporta nella storia e nei territori dell’america e poi fa riflettere anche un po’ sul senso della vita. Correte in libreria, fidatevi di me.
La mala ora

“Il tempo passa senza far rumore”.
“Prima che arrivaste voi questo era un paese di merda come tutti, ora è il peggiore di tutti”
“La mala ora” è un breve romanzo di Gabriel Garcia Marquez, ambientato in un piccolo paese della Colombia vicino a Macondo, la città dove si svolge il più famoso “Cent’anni di solitudine”. La vita di questo paese viene stravolta dall’apparizione delle pasquinate, piccoli foglietti che vengono appesi nella notte alle case e che svelano i segreti degli abitanti del piccolo paese. Segreti che tutti già conoscono, ma il fatto che questi vengano resi pubblici fa sfociare tutta la vicenda in un tourbillon di violenza e in una grave crisi politica che sconvolgerà il paese.
Voto: 8+
Giudizio personale: Nel libro sono numerosi i rimandi al più famoso “Cent’anni di solitudine” e la descrizione dei luoghi è sorprendentemente precisa come quella del più celebre romanzo. Personalmente sono arrivato a preferire “La mala ora” a “Cent’anni di solitudine”, per via della trama che ho trovato più avvincente e interessante. Marquez usando l’espediente delle pasquinate è riuscito a parlare di politica e ad affrontare temi delicati in un paese come la Colombia di quegli anni.
Jack Frusciante è uscito dal gruppo
“Presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato, come se la sua vita appartenesse – sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo – a qualcun altro, ma non ghignate, per favore, poiché all’epoca il vecchio Alex non aveva ancora compiuto diciott’anni e in quei giorni il cielo di Bologna era espressivo come un blocco di ghisa sorda e da simili espressività non avreste potuto aspettarvi nulla d’esaltante, neppure uno di quei bei temporaloni definitivi che lavano le strade e da quasi due settimane la città giaceva tramortita sotto una pioggia esangue senza nome.
Quale conoscente del vecchio Alex e persona informata dei fatti mi limiterò ad aggiungere che una certa storia con una ragazza gli appariva ormai sfumata nel ricordo, gualcita dallo squallore sbalorditivo della vita di tutti i giorni: essere stato terribilmente felice con lei per quattro mesi gli sembrava – ecco un’altra delle sue sensazioni più crude – non fosse servito a niente”.
“E intorno tutto va come è sempre andato, e forse andrà sempre così. Tutto è prevedibilissimo, l’ho già vissuto in cento film tutti uguali e mi sento il personaggio di un libro che non mi piace e odio l’autore che mi fa fare queste cose che detesto e non mi fanno minimamente sentire felice”.
“Guardare in silenzio le labbra, i capelli, le mani di Aidi alla luce di quella candela, era un’emozione maesosa come sdraiarsi sui binari e fermare una locomotiva con la sola forza delle gambe o nuotare in apnea, per ore, in un mare -perdonatelo- di tè fresco alla pèsca. Ma di tutto questo, il vecchio Alex si sarebbe accorto più tardi, poiché in quei giorni sentiva solo un misto portentoso di felicità e inquietudine mai provato prima. Aidi gli sembrava una fata luminosa e un’Entità imperscrutabile”.
“Nessun posto è lontano. Se desiderate essere accanto a qualcuno che amate forse non ci siete già?”
“Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è una storia d’amore, d’amicizia, di complicità, anzi del rapporto speciale che si instaura tra Alex e Aidi, due giovani liceali bolognesi.
Giudizio personale: Come ho detto nell’altro post con colpevole ritardo ho deciso di leggere “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi, dopo aver letto l’ultimo suo libro “In piedi sui pedali”, che cercherò di recensirvi al più presto. Che dire la storia del libro la sapete tutti e sicuramente il fatto che lo scrittore e l’ambientazione siano di Bologna non fanno che portare la mia recensione verso un voto positivo. Speravo che rispetto al film ci fosse qualcosa ancora di più, invece incredibile ma vero, per una volta tanto, il film ricalca abbastanza precisamente quello che accade nel libro. Purtroppo la mia ignoranza musicale mi ha fatto perdere un po’ la colonna sonora scelta da Brizzi per questo libro adolescenziale diventato un cult degli anni ’90. Quello che mi ha colpito di più del romanzo è stato lo stile, soprattutto dopo aver letto prima “In piedi sui pedali”. Lo stile l’ho trovato geniale, un colpo da maestro quasi alla Joyce: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è scritto con un finto stile adolescenziale creato ad hoc da un adolescente. Non una cosa da tutti.
L’eleganza del riccio
L’eleganza del riccio è la storia di Renée Michel, la portinaia di un condominio di Parigi abitato da gente nobile e spesso snob. Renée però va contro tutti i cliché che si hanno sulle portinaie ed invece è una donna molto colta, intelligente e simpatica, che però maschera tutto questo per non essere scoperta dai condomini. La co-protagonista del romanzo è l’adolescente Paloma Josse, figlia di un Ministro della Repubblica, che odia tutta la sua famiglia per la loro superficialità e stupidità. Le due si incontrano e subito nasce una complicità e un rapporto quasi da madre e figlia. Nello sfondo si muove l’interessante figura di Kakuro Ozu, un giapponese che porterà lo scompiglio nel condominio.
“Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti”.
Voto: 4
Giudizio personale: Ho letto questo libro convinto dai tanti pareri positivi che avevo trovato, ma come avrete capito dal mio voto non sono per nulla d’accordo con la valutazione che ne viene data. Probabilmente la colpa è mia che non sono riuscito a carpire la bellezza di questo libro, d’altronde sono uno che preferisce dei cubetti di mortadella a delle ostriche quindi come posso cogliere le sfumature di quest’autrice francese. Durante la lettura di questo libro ho avuto il blocco del lettore, spesso ho avuto la tentazione di mollare, annoiato come non mai dalla mancanza di fatti nella trama di questo romanzo, che più che un romanzo è un trattato filosofico dell’autrice. A dir la tutta però non è nemmeno un trattato filosofico perché l’autrice non cerca di dimostrare nulla, ma vuole solo mostrare quanto è colta lanciando qua e là aneddoti inutili (credo che l’autrice si riveda molto nella noiosa portinaia). Inoltre i personaggi sono tutti troppo esagerati: la portinaia è un genio che riassume tutte le qualità, come Paloma e Monsieur Ozu, mentre tutti gli altri protagonisti sono stupidi e superficiali. Il finale dà un minimo di senso alla storia ed è l’unico momento non banale del romanzo, ma tuttavia non basta a rivalutarlo. Un libro saccente e noioso come la sua protagonista.
Cent’anni di solitudine

“In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti cosí tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall’amore e dalla solitudine dell’amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra”.
“Aveva dovuto promuovere trentadue guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant’anni di ritardo i privilegi della semplicità”.
“Cosa vuole – mormorò – il tempo passa”. “Così è – disse Ursula – ma non tanto”. Dicendolo, si rese conto che stava dando la stessa risposta avuta dal colonnello Aureliano Buendia nella sua cella di condannato, e ancora una volta rabbrividì constatando che il tempo non passava, come lei aveva appena finito di ammettere, ma che continuava a girare in giro”.
Cent’anni di solitudine è la storia del paese di Macondo, un piccolo pueblo sudamericano fondato dalla famiglia Buendia, che è la protagonista assoluta del romanzo. Il romanzo è una vera e propria opera d’arte di Marquez, che mostra tutto il suo talento in questo scritto, riuscendo a creare un universo reale, ma magico allo stesso tempo. Nel libro si intrecciano continuamente personaggi e vicende e niente è lasciato al caso. Il lettore si affeziona a personaggi che però sono sempre destinati a consumarsi contro un destino avverso e a terminare soli i loro giorni.
Voto: 8
Giudizio personale: Il libro è scritto in modo magistrale e nessuno può dire che è un brutto romanzo, tuttavia non mi ha appassionato da non poter farne a meno. La scelta poi di chiamare tutti i protagonisti Aureliano ed Arcadio non agevola sicuramente il compito al lettore, rendendo la lettura meno scorrevole. Marquez comunque riesce a farci vivere l’atmosfera di Macondo e a farci sentire i patimenti dei personaggi dalla prima all’ultima pagina.
“Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilirsi indefinitamente, consumandosi dentro se stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai”
Notti bianche
“Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell’anima! … Parlando d’ogni sorta di signori capricciosi e collerici, non ho potuto fare a meno di rammentare anche la mia saggia condotta in tutta quella giornata”.
“Notti Bianche” racconta la storia di un sognatore e di quello che gli capitò tre notti della sua vita. Per rispettare lo svolgimento della trama, ho deciso di leggere una notte per volta prima di andare a dormire e poi il finale me lo sono tenuto per il viaggio in treno di oggi. Come sempre devo dire che Dostoevskij non mi ha deluso, anche perché un po’ mi sono rivisto nel sognatore della storia, quello che “non desidera nulla, essendo superiore ad ogni desiderio e possedendo tutto, perché è sazio, perché lui stesso è artefice della sua vita creandola ad ogni momento, a suo capriccio”. Questo simpatico protagonista una sera, per i vicoli di San Pietroburgo conosce Nasten’ka e i due si daranno appuntamento per le notti seguenti, in un’altalena di emozioni.
Voto: 8
Giudizio personale: che dire Dostoevskij è sempre una certezza, il linguaggio è forbito, le descrizioni precise e romantiche animano racconti mai banali. Racconti che narrano e descrivono alla perfezione le emozioni e i sentimenti umani. Una lettura leggera e super consigliata, che rinfresca le notti d’estate con la magica atmosfera di San Pietroburgo.
L’amore è un difetto meraviglioso

Ho iniziato a leggere questo libro dopo aver letto: “Graeme Simsion, australiano, è uno sceneggiatore cinematografico al suo esordio nella narrativa. Ancora prima della pubblicazione ha vinto un prestigioso Premio in patria, il Victorian Premier’s Literary Awards. I diritti di traduzione del suo romanzo sono stati venduti, fino ad ora, in oltre 30 Paesi. È stato effettivamente il romanzo più conteso alla Fiera di Francoforte 2012″ o altre recensioni dove veniva descritto il libro come caso editoriale del 2013.
Le aspettative insomma erano alte e devo dire che l’idea di fondo di fare un test per il “Progetto Moglie” mi incuriosiva (ho pensato di farne uno anche io), però nel libro è poco curata e vengono sottolineati sempre i soliti due o tre punti. La storia narra le vicende del genetista Don, che è il tipico nerd alla Big Bang Theory, che non si sa relazionare con le donne, ma nemmeno con gli uomini. Il protagonista decide che a 39 anni è ora di trovare moglie e così programma l’amore come programma tutto il resto della sua vita. A sconvolgere i programmi di Don, arriva però Rosie, la bella ragazza, intelligente, simpatica, che fa mille lavori e che ovviamente si innamora di lui. Non vi svelo il finale, anche se io l’ho capito quando Rosie ha aperto la porta dell’ufficio di Don e mancavano ancora due terzi del libro, che ho letto facendo una fatica incredibile.
Voto: 5
Giudizio personale: Il libro è scritto benino, però i contenuti sono troppo ovvi e banali. I personaggi non hanno sfaccettature, sono tutti monocorda ed estremizzati, forse l’unica con una polivalenza caratteriale è Rosie. Don è il nerd iperprogrammatico, portato all’estremo, uno che ogni giorno della settimana mangia le stesse cose, allo stesso orario, che non va in balcone perché è una perdita di tempo, che fa la spesa di corsa allo stesso orario in cui il pescivendolo gli prepara la busta e il resto. Don, insomma è un personaggio che non esiste nella vita reale e lo dico pur senza conoscere nessun genetista. L’amico di Don è Gene, un nerd sciupafemmine che fa le corna alla moglie. la quale però vive la cosa in tutta serenità. Insomma ho trovato molti passi assurdi e l’ho trovato abbastanza noioso e per tanto ne sconsiglio la lettura a meno che abbiate proprio del tempo da perdere o così poca immaginazione per non capire come andrà a finire.
Le cose che non ho
Il libro parla di una normale famiglia francese, costretta a vivere una vita senza grandi emozioni, ma appagante nonostante i problemi che ogni famiglia deve attraversare. Un giorno però la fortuna bacia Jo, che vince alla lotteria una cifra che può cambiare la vita di tutti loro. Da quel momento in poi la protagonista del romanzo capisce che in realtà la vera felicità è continuare a desiderare ciò che si possiede. La vera felicità è gratuita. È nell’eleganza di una donna, nelle parole, nello humour, nel riso di un bambino, in un cane che ci viene incontro scondinzolando, nello spettacolo di un’alba… I soldi non fanno la felicità e “Le cose che non ho” lo dimostra, facendo vedere come addirittura la vincita porterà solo dolore in grembo alla famiglia. Infine si insinua anche un’altra grande domanda esistenziale: è meglio amare o essere amati?
Nel libro ci sono belle descrizioni della normalità in cui molte famiglie vivono ogni giorno: “Allora l’ho trovato bello, il mio Jo nel suo sonno di bambino malato, e ho amato la mia bugia. Ho pensato che se l’uomo più bello del mondo, più gentile, più tutto, apparisse qui, adesso, io non mi alzerei, non lo seguirei, non gli sorriderei neanche”.
“Ogni sera quando torni a casa, appena sente la chiave nella serratura, fa una cosa bellissima: sistema dietro all’orecchio il suo ciuffo di capelli in disordine e si guarda furtivamente allo specchio, vuole essere bella per te. Vuole essere il tuo regalo”.
“Amavo la mia vita. Amavo la vita che Jo e io avevamo costruito. Amavo il modo in cui le cose mediocri si erano per noi trasformate in belle”.
“Possedevo ciò che i soldi non possono comprare ma solo distruggere. La felicità. La mia felicità, per lo meno. Con i suoi difetti. Le sue banali certezze. Le sue piccolezze. Ma era la mia. Immensa. Scintillante. Unica”.
“Dove sono i bei momenti di dolcezza e di piacer? Dove andaron i giuramenti di quel labbro menzogner? Perché mai se in pianti e in pene per me tutto si cangiò la memoria di quel bene dal mio sen non trapassò? Canto per me, in silenzio, il viso rivolto verso il mare oscuro. Sono amata. Ma non amo più”.
Giudizio personale: 6,5
Avevo letto recensioni che lo definivano un libro visionario e illuminante e anche per questo mi aspettavo un po’ di più da questo romanzo. E’ un libro che si legge velocemente in un pomeriggio, è scritto bene, in modo pulito con frasi brevi ed efficaci dalle quali si intuisce che lo scrittore è un pubblicitario. Il finale è un po’ tirato via e prima delle ultime 5 pagine ero shockato, poi per fortuna nel finale il romanzo si salva e lascia qualcosa dentro. Alla fine perdono un po’ tutti e i cambiamenti avuti con la vincita della lotteria portano solamente un velo di tristezza e di malinconia.


