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Vita spericolata

Ogni volta che pubblico un post sul mio blog è come lasciare una bottiglia nell’oceano. La metti in acqua e poi non sai chi là riceverà e cosa penserà di quello che c’è scritto. Forse il bello di un messaggio in bottiglia è anche quello, la misteriosità del destinatario. Il bello di scrivere per un blog è invece ricevere i commenti e le risposte degli altri, quindi comincio questo post ringraziando tutti quelli che seguono questo blog e che mi mandano le loro opinioni.

La seconda parte di questo post la dedico a una canzone che compie 30 anni, ed è “Vita spericolata” di Vasco Rossi.  In primis perché è una canzone molto bella, che fa parte della storia della musica italiana e poi perché in questo periodo di incertezza sociale e personale, mi sento che si adatta perfettamente a quello che voglio. Spesso in realtà non so mai quello che voglio. In molti mi chiamerebbero indeciso, altri penseranno che sono pazzo, io semplicemente a volte sono frastornato davanti alle centinaia di vie che possiamo percorrere. A me piace vivere perdendomi tra le vie della vita, mi piace provare, assaggiare tutto, non riesco a stare fermo dove mi hanno partorito. Io voglio una vita spericolata, di quelle che non si sa mai…

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Il tempo delle mele

Ieri ho sbucciato la mela a mio nonno. È stata la prima volta che l’ho fatto io per lui e non il contrario.  Questo passaggio di consegne, mi ha fatto riflettere, sebbene sia già un po di tempo che sono più io a prendermi cura di lui, che lui di me. Ho pensato a quelle volte in cui ero piccolo e gli arrivavo a mala pena alla cintura e lui mi portava a fare un giro al bar dove giocava a carte per stimarsi un po’ del nipote. Diceva: “Questo è il bastone della mia vecchiaia”. Poi ridevano tutti, gli amici del bar, io e lui. Io così piccolo da essere chiamato Jonny Stecchino,  il bastone di quell’omone di mio nonno? E alla fine invece è andata proprio così, a volte me lo prendo sotto braccio e lo aiuto ad andare avanti. Il tempo passa inesorabile, ma le mele non cadono mai troppo lontano dall’albero.

Colloqui italiani

Un tempo c’era la corsa all’oro oggi c’è la corsa al lavoro… E così ogni annuncio ha 1000 visite e altrettante risposte e finisce che alla fine il telefono non suona mai. La settimana scorsa però miracolo: mi chiama un numero sconosciuto e per la prima volta non è né telecom né fastweb che mi vogliono vendere qualcosa, ma il signor tal dei tali delle risorse umane per l’annuncio a cui avevo risposto su internet. Mi chiama chiedendo se sono ancora interessato e mi fissa un colloquio. Pur pensando che sinceramente non è il lavoro che sognavo di fare in vita mia accetto pieno di gioia perché comunque è un lavoro retribuito, una rarità negli annunci dei giorni nostri. Felice aspetto di dare la lieta news a mio padre, che però si insospettisce dal fatto che al giorno d’oggi possano offrire un lavoro e mi inizia a dire di non firmare niente e di tenere mille occhi aperti. Sul momento odio mio padre, ma in fondo anche io qualche dubbio me l’ero posto. Comunque decido di presentarmi al colloquio fissato il giovedì alle ore 12 in un hotel fuori città.

Io arrivo alle 11.50. Quando entro c’è un uomo che mi chiede il mio nome e mi fa sedere in una sala di attesa. Ha la faccia di quello che ti vende gli orologi all’autogrill, inizio a pensare che probabilmente mio padre aveva ragione. Intanto mi accomodo nella sala e vedo che c’è un altro concorrente. E’ il signor Brambilla da Milano, che mi fa sentire subito a disagio. E’ in abito, con un mocassino in pelle, la cravatta (di dubbio gusto, ma è pur sempre una cravatta) ed è già più puntuale di me. Io avevo optato per mettermi la camicia con un maglioncino e un pantalone scuro. Mi sentivo bello ed elegante, ma l’efficienza del nord mi mette subito sotto pressione. Intanto il tempo passa e alle 12.10 mi chiedo cosa stiamo ancora aspettando, ma la risposta arriva alle 12.15. E’ di corsa, un po’ sudato, entra con i cv in una busta della Coop e chiede subito dov’è il bagno. E’ il signor Palumbo da Palermo. Anche il suo abbigliamento sportivo con scarpe da ginnastica e felpa mi fa tornare il sorriso. Il mio look torna ad essere accettabile. Il venditore di rolex finti allora ci fa accomodare in un’altra stanza dove c’è un uomo corposo che dà più serenità e che sa intrattenere il pubblico, ovvero noi. Ci parla dell’azienda e ci chiede di fare le domande che vogliamo. Palumbo chiede subito delucidazioni sullo stipendio, Brambilla con la sua erre moscia fa una domanda tecnica a cui nemmeno i due rappresentanti dell’azienda sanno dare risposta e io mi mantengo a metà via. Mi sento un po’ come al centro tra due estremi, mi sento un po’ il Casini della situazione e lì capisco che non mi assumeranno mai. Poi penso però a Prodi, Monti, Letta e torno a credere in una mia elezione. Arriva allora il momento del test: 15 minuti per rispondere a domande generali e trabocchetti sulla nostra personalità. Pronti, via e suona il cellulare di Brambilla, lui risponde e dà disposizioni, anche nel momento culmine del colloquio sempre freddo. Palumbo intanto come a scuola chiede se qualcuno sa la domanda numero nove. Io penso di essere finito a candid camera e finisco il test per primo. Dopo un’altra breve chiacchierata i dirigenti ci congedano con il solito vi faremo sapere.

Io, Palumbo e Brambilla ci ritroviamo nel parcheggio a parlare ed è  lì che ci confessiamo le paure di un possibile raggiro, da nord a sud siamo uniti nel pensare che c’è il rischio di fregatura. Tutti raccontano le precedenti esperienze negative uguali da nord a sud. La giornata finisce con Brambilla che accompagna Palumbo e la sua sportina della Coop a casa. L’Italia è unita, sotto una coltre di letame, ma è unita.

Pendolari d’amore

Binario 19 carrozza 7 posto 14. Oggi è questo il posto che mi ha assegnato Italo. Sono un pendolare dell amore, vivo tra Bologna e Milano, tra casa e fidanzata. A casa amici e parenti non sono contenti: “cazzo sei sempre a Milano!”. A Milano la fidanzata non é contenta: “Non ti vedo mai”. Insomma scontento tutti e soprattutto me. Gli unici contenti sono Italo e Trenitalia, che lucrano sui miei tormenti d amore. In più come beffa hanno fatto anche l’offerta 2×1 per chi viaggia in coppia, mentre a me che viaggio per due invece non ha pensato nessuno. D’altronde finisce spesso che a me non ci pensi nessuno, a volte nemmeno io; sono troppo impegnato a pensare agli altri. E così continuano i miei viaggi d’amore, sono uno dei tanti che vedete con faccia estasiata abbracciarsi in stazione il venerdì sera e con faccia triste sventolare il fazzoletto bianco alla domenica. Si perchè in fondo ogni stazione e ogni aeroporto sono affollatii di gente come me, gente che fa chilometri per scorgere tra la folla quel sorriso che ci fa battere il cuore.

I vs. Social – Parte prima

So che leggere una critica ai social da uno che scrive su un blog, ha una pagina facebook, un account twitter, un account instagram e molto altro ancora può sembrare un po’ incoerente, ma è proprio quello che state per leggere.

Mi ricordo ancora come scoprii Facebook, quel sito che ha cambiato le abitudini e la vita di quasi tutti noi. Ero a una cena a casa di un nostro amico e così dopo la pizza, tra le chiacchiere di rito ci chiese se conoscevamo Facebook e ce ne parlò come una cosa eccezionale che in America stava facendo il boom. Lui aveva fatto il profilo per sentire la sua ragazza americana, che era ripartita da poco ed era tornata a Boston. Gli chiesi cosa faceva di incredibile questo Facebook e lui ci rispose che non faceva niente in particolare… Semplicemente la gente scriveva quello che pensava e metteva foto. L’avevano in pochissimi di quelli che conoscevamo, ma lui li aveva aggiunti tutti, anche il vecchio compagno delle medie che non vedevamo da dieci anni o quello che odiava, ma era su Facebook. Lo prendemmo in giro tutta la sera chiedendoci che cosa gliene fregasse di leggere quello che scriveva il pirla delle elementari o di vedere le foto della gita in campagna del ragazzo che odiavamo tutti. Non so dire quanto sarà passato da quella sera, forse cinque anni, ma già da molto tutti i presenti alla cena hanno fatto un profilo Facebook, hanno scritto post e guardato le foto di quello che odiavamo. Devo dire che essendo una persona abbastanza curiosa inizialmente Facebook mi ha quasi esaltato: finalmente potevo sapere i cazzi di tutti senza indagare, fare domande a intermediari e ascoltare le mie fonti certe. Aprivi la pagina e tutti ti raccontavano i cazzi loro. Wow bellissimo, un po’ come fare la portinaia o andare a leggere le riviste dal parrucchiere. Dopo 5 anni di portineria però sono tornato alle emozioni iniziali, sono tornato a pensarla come alla prima cena: ma a me cosa me ne frega di tutto questo? Cosa me ne frega della foto di Marco che stasera si mangia il filetto in un letto di aceto balsamico? Cosa mi interessa di sapere quanto sia fantastica la storia di amore di Valentina con Tiziano, arrivati al secondo anniversario? E mi interessa che Pierpaolo è in fila in tangenziale? E che Federica sta partendo per New York? La risposta è no. Non me ne frega niente di nessuna di queste cose e soprattutto non me ne frega che la gente sappia nulla di quello che faccio io… Non capisco questa necessità di condividere la mia vita con tutti, di far sapere agli altri cosa mangio o con chi vado a letto e soprattutto non riesco a capire cosa porti la gente a pubblicare tutto. In realtà a questo quesito mi sono dato una risposta. In primis penso che il motore principale di Facebook, sia l’approvazione sociale, il Dio Like. Ormai tutti vivono in funzione dei like, postano cose per avere like e se non ne hanno si chiedono il perché della loro disfatta sociale. E allora come cantava Gianni Morandi  “si può dare di più” per avere un like ed è per questo motivo che quest’estate mi sono trovato foto sulla home di Fb che valevano la copertina di Playboy (l’obiettivo dei like però l’hanno ottenuto). Il secondo grande motore di Facebook è l’invidia; la gente pubblica per far vedere quanto la loro vita è migliore rispetto a quella degli altri. E così chi ha la piscina in casa, mette la foto con lui in piscina alla faccia di quello che sta sudando davanti al ventilatore a pale, quell’altro fa vedere che lui stasera mangia l’aragosta alla faccia di quello che torna a casa da lavoro alle dieci e si fa i quattro salti in padella e poi c’è quello che è in vacanza e mette le foto alla faccia di quello che è a lavorare in Agosto, ma che ha preso le ferie in Settembre, perché postare le foto su Fb quando lavorano tutti dà ancora più gusto…

Il passerotto

Se non l avessi fotografato penserei di averlo sognato. Quel passerotto che mi guardava dal vetro. Era ferito, senza mamma e non riusciva a volare chiuso nel mio balcone. Gli ho dato del cibo ed ha sbattuto contro il muro per scappare, poi l ho lasciato solo per non disturbarlo. Ora non c è più… È volato via. Mi ha insegnato che per volare bisogna prima sbattere il muso e aver così tanta paura di non farcela fino a quando non resta che buttarsi per poi volare in alto. Vi metto la foto, se lo vedete aiutatelo. È stato coraggioso e gli voglio bene, anche se mi ha cagato sul terrazzo…

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Una promessa ai miei lettori

Ho appena finito di leggere l’interessantissimo saggio scritto dal mio prof. sulla “Trasparenza nella Costituzione italiana”. Mi dispiace perché probabilmente è stato il miglior professore che ho incontrato però leggere queste cose mi sembra un po’ come quando a scuola ti obbligavano a mangiare i fagiolini. Non c’è nulla di più brutto che dover leggere qualcosa che non ci interessa e lo dice uno che ama leggere (però quello che pare a me). Se fossi il Ministro dell’Istruzione, creerei un’Università dove l’alunno sceglie le materie che vuole e si  decide il programma di studi che più gli aggrada. Non riuscivo a finire questo saggio perché continuo a pensare al mio libro, a come incastrare la trama, a dove inserire i personaggi, dove farli incontrare, cosa fargli dire. Voglio che mi esploda dalle vene questo romanzo e così mi sto allargando i tagli per far scorrere meglio l’inchiostro, anche se, come ovvio, un po’ brucia aprire vecchie ferite, ma per voi lettori questo ed altro. Darò tutto me stesso, dalla prima all’ultima pagina, è una promessa.

L’emozione di vedere un libro col proprio nome

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Devo dire che continuo a guardarlo e continuo a sorridere, un po’ come se fosse la ragazza che mi piace che mi fissa dall’altra parte del tavolo. Distolgo lo sguardo, ma poi mi rigiro ed é ancora lì. Quel libro col mio nome. Avrei preferito essere il primo della lista, ma purtroppo la maledizione del cognome che comincia per V mi ha relegato in fondo, ma va bene comunque. Magari la prossima volta sarò da solo così sarò il primo per forza. Rileggo quello che ho scritto, ma non mi piace. Perché ho scelto di pubblicare proprio quelle? Ecco che torna il mio essere eterno insoddisfatto. Poi entra mio padre in camera con le lacrime agli occhi e dice che sono belle e dovrei continuare a scrivere. Forse così schifo allora non fanno…

Se siete interessati al libro, si può trovare su amazon, questo è il link: http://www.amazon.it/Viaggi-di-Versi-7-ebook/dp/B00CO9R45O

P.s. Non lo dico per guadagnarci perché tanto a me non arriva un euro, ma pazienza oggi sono contento lo stesso. 🙂

Capitolo 2 – Il salvatore

Il salvatore

La guerra è dura, il destino continua a colpire e ormai ho perso la concezione del dolore. Non capisco più dove ho male e perché. Se è frutto dei colpi subiti in passato o di quelli che continuano ad arrivare. Ormai sono tutto tumefatto, livido. Gli occhi sono due fessure e la realtà è annebbiata dalla fatica e dalla sofferenza. Chiudo gli occhi e vedo i tulipani bianchi, sento quel profumo di mela verde, odo il rumore del mare e delle risate mentre ci scattavamo quelle ultime foto insieme. Poi il destino ci mette del suo e mi pone davanti agli occhi continui segnali di quel Noi che ora non c’è più. Quanto è difficile dimenticarla… E dire che di prove ne ho superate e di fatti da dimenticare nella mia vita ce ne sono stati tanti. Però avevo sempre fatto fatica e adesso la storia si ripeteva. Per fortuna c’era sempre lui, il salvatore, che trovava un modo per riprendermi e farmi sorridere. E dire che tra di noi non era nata nel migliore dei modi. Quando avevo saputo della sua nascita ero rimasto totalmente indifferente, anzi un po’ spaventato dal fatto che potesse rubarmi il posto nel cuore di mio padre. Un fratellastro con vent’anni in meno, l’avrei visto una volta alla settimana per un paio d’ore quando andavo a cena a casa loro. Di certo non mi sarei mai affezionato a lui, il frutto della nuova famiglia di mio padre. Rifiutavo il fatto che avesse preferito un’altra a mia madre e ora avrebbe fatto uguale col nuovo arrivato. L’unica cosa che mi rendeva “felice” era che ora ero “l’uomo di casa”, da principe ero diventato Re e mi piaceva quando mia madre mi chiedeva di portare in casa la spesa o di accompagnarla al supermercato. Mi sentivo importante per la mia famiglia più di quanto possa esserlo uno stupido principino. Tutto l’astio per il mio “fratellastro” sparì però il giorno che nacque: ricordo ancora quando andai all’Ospedale di Faenza a vederlo, mi accompagnò mio zio con la sua moto sportiva. Arrivai là e mio padre me lo diede in braccio: era scuro dallo sforzo, cicciottello e non era bello come tutti i bambini appena nati. Avevo il terrore che mi cadesse e la grazia nel prenderlo di un elefante indiano, però da quel giorno iniziò a tirarmi su dal baratro.

Io vivo con il cuore

Non ho fame,

non ho sete

e nemmeno sonno

L’energia è dentro di me,

non ho bisogno di droghe.

La mia droga è l’amore.

L’amore annienta ogni necessità.

Io vivo con il cuore.