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Ultimo complotto a Parigi? Dieci domande per riflettere

Venerdì sera mi sono trovato a cena fuori con amici e ovviamente tra una tagliata e un profiteroles ci siamo messi a parlare di quello che ha sconvolto il mondo, l’attentato di Parigi. In ogni gruppo che si rispetti c’è sempre quello che dietro ai fatti accaduti vede un disegno più ampio, un qualcosa di costruito a tavolino, il COMPLOTTO. Bene quella persona nel nostro gruppo sono io. In mia difesa devo dire però che sono un complottista light: mi limito solo ad alcuni fatti storici e non vedo massoni, templari e alieni anche quando vado dal fornaio. So che molti di voi, come quelli che erano a tavola con me, sbufferanno e stamperanno questo post per usarlo come carta igienica, ma magari ci sarà qualcuno che troverà interessanti le mie domande e diventerà un complottista light come me…

Come avete letto ho parlato di domande, perché la risposta certa sul motivo di questo presunto complotto non l’ho ancora. Sicuramente dietro tutto ci sarà il Dio denaro, ma per farsi un quadro più chiaro della situazione vi chiedo un mesetto di riflessione, quando sarà chiara la reazione all’attentato.

Intanto vi sottopongo le mie domande:

1) La prima cosa che ho notato era la tranquillità e lentezza con cui agivano i due terroristi nel video ormai celebre dopo l’attacco a Charlie Hebdo, come se fossero certi che nessuno li avrebbe mai fermati. I due si fermano in una strada parallela per giustiziare un poliziotto, che subisce passivamente senza tirare fuori la pistola. L’attacco terroristico dura quasi un’ora e in centro a Parigi non arriva nessuna pattuglia? Probabilmente con tutto quel tempo sarebbero arrivati anche i carabinieri in un paesino del Molise.

2) Finito l’attacco ho pensato che sarebbe stato difficile rintracciare i colpevoli, che avevano agito come un commando militare professionale. Erano stati perfetti, sicuramente dietro quell’attacco c’era un piano studiato in modo impeccabile. Sembrava così, ma poche ore dopo l’attentato si scopre che i terroristi mentre rubavano la macchina avevano detto di essere di Al Qaeda dello Yemen e di aver lasciato la carta d’identità nella macchina rubata. D’altronde anche nell’undici settembre i terroristi avevano lasciato i documenti in macchina, deve essere una strategia di Al Qaeda. Perché portare i documenti ad un attentato terroristico? Perché dichiarare la propria falange terroristica aiutando la polizia?

3) Si cercano tre uomini: i due che sparano e l’autista. Anche se nel video dell’autista non c’è traccia. L’autista sarebbe Hamyd Mourad, giovane 18enne senza fissa dimora. Si scopre però che il ragazzo era a scuola quella mattina e dopo questa svolta la figura dell’autista scompare nel nulla. Che fine ha fatto l’autista?

4) Nel famoso video dove i due fratelli giustiziano il poliziotto, freddandolo da pochi metri con un fucile da guerra non vi è traccia di sangue e il corpo del poliziotto non subisce la potenza del colpo. Dov’è il sangue?

5) I due fratelli scompaiono nel nulla per due giorni girando in una macchina con i fucili sul sedile di dietro; inoltre hanno un telefono con cui sono in contatto con l’altro terrorista e sanno gli spostamenti della polizia. Tutti sappiamo quanto sia facilmente rintracciabile un telefonino. Come fanno a sparire nel nulla?

6) Se sono terroristi e vogliono morire martiri perché andare in un paesino sperduto e rinchiudersi in un magazzino della periferia, senza fare ulteriori danni e vittime?

7) I terroristi si rinchiudono in questo magazzino alle 9.30 circa di mattina e si presume che abbiano degli ostaggi. In realtà c’era solamente il proprietario della tipografia che i due però lasciano andare. (Perché???) Nascosto dentro al magazzino anche un grafico di cui i due però non si accorgono… (anche su questo lascio a voi i commenti). La polizia francese blinda tutto il paese e malgrado l’assenza di ostaggi non entra in azione fino alle 17 quando i due fratelli escono sparando, facendosi praticamente uccidere dalle teste di cuoio. Perché non aspettare che entrino e farsi saltare per aria per fare più vittime? Perché i poliziotti non agiscono prima e perché i terroristi si dimostrano così buoni dopo il massacro di Charlie Hebdo? 

8) Di tutta l’operazione militare non c’è nessuna immagine, si vede solo del fumo e si sente il rumore di esplosivo in lontananza. Perché nessuno ha voluto documentare l’operazione che ha portato alla cattura dei due temibili terroristi?

9) Perché pur essendo Charlie Hebdo un obiettivo dichiarato di Al Qaeda, non era adeguatamente controllato?

10) Perché i terroristi, che erano noti a livello mondiale, sono stati liberi di agire, di viaggiare in Siria e Yemen e di avere un arsenale militare? E in tutto questo va considerato che i servizi segreti francesi sono tra i migliori al mondo.

 

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#IosonoEnzo – Difendiamo anche la nostra libertà di stampa

L’attacco alla redazione giornalistica di Charlie Hebdo ha portato alla ribalta un tema che spesso viene trascurato, soprattutto in Italia: la libertà di satira e di stampa. Nel nostro caro paese dopo gli omicidi di Parigi in tanti si sono prodigati per difendere questo diritto conquistato dal mondo occidentale a fatica e messo (secondo loro) a repentaglio dagli incivili che hanno attaccato la redazione di Charlie Hebdo.

Ma in Italia come si sa siamo molto bravi a predicare bene, ma molto meno bravi ad agire… Ed infatti il nostro Paese è per questo motivo al 49esimo posto della classifica World Press Freedom Index, proprio dopo Haiti e il Niger. Siamo sopravanzati da paesi che nemmeno vi potete immaginare, umiliati da nazioni come la Jamaica, la Namibia e il Ghana. E così viene facile chiedersi quanto sarebbe rimasto aperto un giornale come Charlie Hebdo in Italia, facendo vignette dissacranti contro il Papa, Renzi, Napolitano e Berlusconi. Perché si in Italia è bastato parlare male di sua maestà Silvio per essere cacciati dalla Rai, senza arrivare a toccare nessuna religione. Ma nessuno in Italia mosse un dito per salvare Enzo Biagi, Daniele Luttazzi o Michele Santoro. E’ giusta la solidarietà ai giornalisti francesi, ma ogni tanto aiutiamo anche noi stessi…

In questo link potrete trovare un video di Marco Travaglio che ripercorrere gli ultimi atti di censura della storia italiana: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/01/08/servizio-pubblico-travaglio-satira-in-italia-piccola-storia-dei-nostri-censori/328179/

#Je suis Charlie – Non rinunciamo alla nostra libertà

 

 

 

 

 

 

 

Gli attentati in Francia alla redazione giornalistica di Charlie Hebdo hanno colpito l’Europa e soprattutto hanno toccato la nostra anima, i nostri diritti. Molti hanno visto in questo attacco, un attacco alla nostra libertà conquistata nei secoli dai nostri avi e per questo hanno manifestato in tutte le piazze del mondo.

In questo post  non mi dilungherò in analisi e polemiche (lo farò dopo in altri post), ma farò solo un omaggio alla redazione di Charlie Hebdo, scomparsa per difendere la libertà di stampa e di opinione, probabilmente il massimo per dei giornalisti che hanno dato la vita per difendere quello che amavano. Ecco le parole di Stephane Charbonnier, direttore del giornale divenuto tragicamente famoso negli ultimi giorni: “Non siamo noi la causa di quello che fa Al-Qaida; io sono il responsabile di un giornale in Francia e non di Al-Qaida. Non bisogna puntare il dito contro delle vignette satiriche bensì contro i terroristi che non hanno bisogno di questo pretesto per agire. Cedere alla paura significa rinunciare alla libertà e a tutto il resto. Già il dire ‘aver paura’ significa fare un piacere ai terroristi. E quindi non lo dirò”.

 

Dieci motivi per cui il compenso di Benigni è più che meritato

Dopo aver letto, come ogni volta che Benigni va in televisione, mille pareri e post sul compenso dell’artista toscano (chiamarlo comico ormai è molto riduttivo) ho deciso di esporre anche la mia idea a riguardo. Ecco allora dieci motivi per cui ritengo giusto difendere pubblicamente uno dei migliori esponenti del nostro Paese:

1) La prima motivazione è quella più razionale: ovvero che i compensi li fa il mercato. Se la Rai ritiene accettabile pagare a Benigni 1,2 milioni di euro a puntata sicuramente sarà perché malgrado la grossa spesa riuscirà ad ottenere introiti più alti grazie alla pubblicità. Il grande successo del programma che ha avuto il 33% di share ne è la prova.

2) La Rai ci fa pagare un canone perché è un servizio pubblico e lo show di Benigni sui dieci comandamenti è quello che si avvicina maggiormente al senso di servizio pubblico nell’ultimo anno. Dovremmo lamentarci per investimenti futili a programmi come “L’Isola dei famosi” non per il cachet di Roberto.

3) Perché Benigni è una delle poche eccellenze che rimane alla nostra Italia, una delle poche persone italiane stimate in tutto il mondo. La verità è che un personaggio così meriterebbe più spazio nella pochezza culturale della nostra televisione.

4) Spesso chi attacca Benigni per il suo alto compenso lo attacca contemporaneamente per la sua ideologia politica. Che l’attore toscano sia di sinistra non è un gran segreto, ma dove sta scritto che un uomo di sinistra debba lavorare a gratis o percepire uno stipendio inferiore a quello che si merita?  

5) Perché è stato l’unico uomo che ha parlato e portato valori in un momento nero per la storia italiana. Il discorso di Benigni sarà sicuramente meglio di quello che farà Napolitano a fine anno.

6) Perché Giuliano Ferrara dalla Rai ha ricevuto 15 milioni di euro per il programma “Qui Radio Londra” che è stato un vero flop e personalmente anche un vero schifo.

7) Perché Minzolini del Tg1 percepiva 2 milioni di Euro sempre dalla Rai per fare un telegiornale di bassissima qualità.

8) Antonella Clerici guadagna più di 8.000 € al giorno per fare la Prova del cuoco. 

9) Perché David Guetta guadagna 30 milioni di dollari all’anno per fare il dj…

10) Perché Robert Acquafresca guadagna 950 mila euro per passeggiare su un campo verde a Bologna.

Non abbandonate i vostri sogni

Leggendo qua e là sul web mi sono scontrato con questa lettera di confessione di un uomo australiano che mi ha fatto molto riflettere. Quante persone vedo ogni giorno come John. Tante, troppe, forse tutte. Non abbandonate i vostri sogni, sono quelli che vi rendono speciali.

Ecco la lettera di John:

Ciao, mi chiamo John. Sono rimasto nascosto per un po’ ma finalmente ho creato un profilo per scrivere questo contributo. Ho bisogno di confessarmi. Chi sono? Ho quarantasei anni, lavoro in banca e ho vissuto la mia intera vita in modo contrario alle mie intenzioni.Tutti i miei sogni, le mie passioni, sparite. In un lavoro stabile dalle nove alle sette. Sei giorni alla settimana. Per ventisei anni. Ho continuamente scelto il sentiero più sicuro per tutto e ciò mi ha, alla fine, cambiato.

Oggi ho scoperto che mia moglie mi ha tradito per gli ultimi dieci anni. Mio figlio non prova alcun sentimento verso di me. Mi sono reso conto di essermi perso il funerale di mio padre PER NIENTE. Non ho finito il libro che volevo scrivere, non sono andato in giro per il mondo, non ho aiutato i senza casa. Tutte queste cose erano per me certezze quando ero giovane. Se la versione più giovane di me mi incontrasse oggi, mi prenderebbe a pugni. Spiegherò presto come quei sogni sono scomparsi.

Iniziamo con una descrizione del sottoscritto quando avevo vent’anni. Sembra solo ieri quando ero sicuro che avrei cambiato il mondo. Le persone mi amavano e io amavo le persone. Ero innovativo, creativo, spontaneo, prendevo rischi ed ero bravo a interagire con le persone. Avevo due sogni. Il primo era scrivere un libro utopico/distopico.
Il secondo era esplorare il mondo e aiutare i poveri e i senza casa.

Al tempo uscivo già con la mia futura moglie da quattro anni. Amore giovane. Lei amava la mia spontaneità, la mia energia, la mia capacità di far ridere la gente e farla sentire amata. Ero sicuro che il mio libro avrebbe cambiato il mondo. Avrei illustrato il punto di vista dei “cattivi” e di quelli con la mente “contorta”, dimostrando così che tutti la pensano in modo diverso e che le persone non pensano mai che quello che stiano facendo sia sbagliato. Avevo già scritto settanta pagine quando avevo vent’anni. Sono rimasto a settanta pagine all’età di quarantasei anni. Avevo visitato con lo zaino in spalla la Nuova Zelanda e le Filippine. Stavo progettando di visitare tutta l’Asia, poi l’Europa, poi l’America (tra l’altro, vivo in Australia). Fino ad ora, ho solo visitato la Nuova Zelanda e le Filippine.

Ora, ecco dove le cose sono andate male. I miei più grossi rimpianti. Avevo vent’anni. Ero figlio unico. Avevo bisogno di stabilità. Avevo bisogno di un lavoro che avrebbe dettato la mia intera vita. Dedicare la mia intera vita a un lavoro dalle nove alle sette. Cosa stavo pensando? Come potevo vivere quando il lavoro era la mia intera vita? Dopo essere tornato a casa, mangiavo cena, preparavo di lavoro per il giorno successivo e andavo a dormire alle dieci per svegliarmi alle sei del mattino seguente. Dio, non riesco a ricordare l’ultima volta che ho fatto l’amore con mia moglie. Ieri, mia moglie ha ammesso di avermi tradito per gli ultimi dieci anni. Dieci anni. Sembra tanto tempo ma io non riesco neanche a concepirlo. Non mi ha fatto neanche male. Mi ha detto è perché io sono cambiato. Non sono la persona che ero una volta.

Cos’ho fatto durante gli ultimi dieci anni?
Al di fuori del lavoro, non posso dire di aver fatto nulla. Non sono stato un vero e proprio marito. Non sono stato me stesso. Chi sono? Cosa mi è successo? Non ho neanche chiesto per il divorzio o gridato o pianto. Non ho sentito NIENTE. Adesso, scrivendo questo, mi sta venendo da piangere. Non perché mia moglie mi ha tradito ma perché mi rendo adesso conto che sono morto dentro. Cos’è successo a quella persona così divertente, amante del rischio e energetica che voleva cambiare il mondo? Mi ricordo di quando la ragazza più popolare della scuola mi chiese di uscire con lei ma rifiutai a favore di quella che oggi è mia moglie. Ero veramente popolare con le ragazze a scuola. Ma rimasi leale. Non esplorai. Studiai ogni giorno. Vi ricordate di tutto quel viaggiare con lo zaino in spalla e dello scrivere il libro? Tutto ciò era durante i primi anni di università. Lavoravo part-time e spendevo tutto quello che guadagnavo. Adesso, risparmio tutto. Non mi ricordo dell’ultima volta che ho speso per un qualcosa di divertente per me. Non so neanche cosa voglio adesso. Mio padre è morto dieci anni fa. Mi ricordo le chiamate da parte di mia mamma dicendomi che si stava sempre di più ammalando. Io ero sempre più occupato con il lavoro e stavo per ricevere una grande promozione. Ho continuato a rimandare la visita sperando che lui avrebbe resistito. Lui è morto e io ho ottenuto la mia promozione. Quando è morto, mi dissi che non importava non averlo visto. Essendo ateo, razionalizzavo che, essendo morto, non importava.

CHE COSA MI PASSAVA PER LA MENTE? Razionalizzando tutto, inventandomi scuse per rimandare le cose. Scuse. Procrastinazione. Tutto porta ad una sola cosa, niente. Mi convincevo che la stabilità economica era la cosa più importante. Adesso so che sicuramente non lo è. Rimpiango di non aver fatto nulla con la mia energia quando ce l’avevo. Le mie passioni. La mia gioventù. Rimpiango di aver permesso al mio lavoro di dominare la mia vita. Rimpiango di essere stato un marito orrendo, solo una macchina per fare soldi. Rimpiango di non aver finito il mio libro, di non aver viaggiato il mondo. Di non essere stato presente dal punto di vista emotivo per mio figlio. Di essere un maledetto portafoglio senza emozioni. Se stai leggendo questo, e hai tutta la vita davanti, per favore. Non procrastinare. Non rimandare i tuoi sogni. Goditi la tua energia, le tue passioni. Non stare su Internet tutto il tuo tempo libero (a meno che la tua passione lo richieda). Per favore, fai qualcosa con la tua vita quando sei giovane. NON mettere radici a vent’anni. NON dimenticarti degli amici, la famiglia e di te stesso. NON sprecare la tua vita. Le tue ambizioni. Come io ho fatto con le mie. Non fare come ho fatto io“.

Caso Cucchi: una vergogna di Stato

Spesso non mi piace dire la mia opinione su fatti e cose che sono troppo di moda, perché mi irrita il solo pensiero che dopo pochi mesi tutto sparirà nel nulla. Ho odiato tutta estate le secchiate in favore della SLA, pur essendo una forma di beneficenza, perché le ritenevo solo una forma di protagonismo. In molti mi dicevano che ero un mal pensante, fatto sta che a Novembre le secchiate gelate per la SLA non le fa più nessuno. Son passate di moda. La moda ora è quella di farsi una foto con un foglio bianco dove c’è scritto: “Stefano Cucchi l’ho ucciso io”. Mi spiace ma la foto col foglio non la farò, però penso che due cose sul caso di Stefano vadano dette. Dopo la sentenza che ha assolto tutti, decretando quindi una specie di auto pestaggio, la cosa che più mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è stata la mia personale assenza di stupore alla sentenza. Me lo aspettavo che nessuno avrebbe pagato per questo omicidio e non credo alle parole degli ultimi giorni, volte a fare luce sul caso. Sono solo parole per placare la polemica, tanto tra tre mesi di Cucchi non se ne ricorderà più nessuno come dell’Ice Bucket Challenge. Il caso Cucchi però non può essere dimenticato come tutti gli altri perché è la prova evidente che stiamo vivendo in un paese dove non c’è giustizia, un paese che assomiglia sempre di più a una dittatura del Sud America, che a una repubblica del Vecchio Continente. Un paese dove la vita di uno di noi vale meno di quella di uno che lavora per lo Stato. Lo Stato non può tacere, lo Stato non può nascondere la verità, ma soprattutto lo Stato non deve uccidere i propri cittadini a calci e manganellate.

Sognando la Polonia: frutti di una crisi italiana

Se solo dieci anni fa una persona qualsiasi sarebbe venuta da me a dirmi che un lunedì di Ottobre del 2014 lo avrei passato a guardare annunci di lavoro in Polonia con un amico, beh sicuramente l’avrei mandata a cagare quella persona, invitando lui ad andare in Polonia con tutta la sua famiglia. Ed invece non so cosa sia successo al mondo ma io ho passato la serata così; a parlare con un altro trentenne laureato e disoccupato delle opportunità che offre oggi la Polonia. Perché a Wroclaw il mondo dell’informatica viaggia alla velocità della luce e così i vicini poveri della Germania oggi annoverano un aumento del 4,5% del loro Pil, mentre in Italia siamo sempre in decrescita. In Polonia offrono un lavoro a tempo indeterminato, mentre in Italia ti propongono solo stage e tirocini. E’ vero la paga è di circa 700 euro in Polonia, ma se con 8 euro vai a mangiare dal Cracco polacco forse quei pochi soldi possono bastare e poi dopo aver fatto un po’ di pratica si può sperare nel salto di carriera e tornare in Italia. Così dice il mio amico Giovanni. Ma su questo punto mi tocca dissentire: “Eh no caro Giova, io da quella puttana fatiscente che mi ha costretto ad andare via, non ci torno nemmeno per tutto il grano del mondo”.

La grande bellezza, un film da Oscar

Lo so che arrivo con colpevole ritardo, ma in fondo sono il Bianconiglio e come tutti sappiamo il Bianconiglio è sempre in ritardo. Dopo la consegna dell’Oscar, pur essendo ormai annunciato da tempo come vincitore, in Italia si è scatenata la mania de “La Grande Bellezza”, con il pubblico che si è diviso e i giornalisti che hanno visto nel film segnali di una ripresa che non c’è. Ebbene quasi due mesi dopo la grande disputa ho deciso di guardare finalmente anche io la grande bellezza e non potevo non dire la mia a riguardo. Su Internet avevo letto di tutto, in molti facevano facili ironie cambiando il titolo in “la grande lentezza” o “la grande schifezza”. Dopo aver visto il film posso confermare un’ipotesi che avevo da tempo, ovvero che la maggior parte della popolazione italiana non capisce un cazzo. Pur non essendo un critico di cinema credo di poter dire che, superati i primi 15 minuti che lasciano un po’ interdetto lo spettatore, il film sia brioso, entusiasmante e soprattutto faccia molto riflettere. Tony Servillo è super e Jep Gambardella (il personaggio che interpreta) è costruito alla perfezione. La sceneggiatura è super, così come la colonna sonora e il montaggio,

Poi tutto questo ambientato a Roma, la città più bella del mondo, ripresa nel miglior modo possibile dal regista. ‘La Grande Bellezza’ non è però una cartolina o un film vuoto, è un film che ci lascia perplessi e ci fa riflettere su come stiamo passando la nostra vita. Perchèéin fondo come dice Jep: «Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro».

“I Mondiali di calcio hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno i tempi che verranno”

Ho guardato il programma di Federico Buffa, un grande uomo prima di essere un grande giornalista e rivedendo i Mondiali del passato ho ripensato a tutta la mia vita. In effetti è vero che i Mondiali scandiscono il ritmo della nostra vita. Mi ricordo quando ero con i miei nonni al mare e vedevo le prime partite di calcio ad Italia 90′. In quelle notti magiche ho iniziato ad amare questo sport anche se sta perdendo molto del valore che aveva. Nel ’94 mi sono innamorato del Codino di Roberto Baggio e ho iniziato a maledire la ‘lotteria dei calci di rigore’, Nel ’98 ho capito che l’Italia ai rigori era troppo poco fredda, mentre nel 2002 ho iniziato a scoprire che il calcio era facilmente pilotabile. Nel 2006 invece ho realizzato che nulla è impossibile e in una volta sola abbiamo sfatato il mito dei rigori e abbiamo vinto contro tutti i pronostici. Nel 2010 abbiamo appurato che mantenere la stessa posizione sul divano di 4 anni prima non fa i miracoli. Dai Mondiali in Brasile cosa imparerò? Come me li ricorderò? Pensare ai Mondiali passati mi ha fatto pensare a tante persone che erano con me a guardare quelle partite. Molte le ho perse, molte sono ancora qua con me e molte spero che ci saranno. Solo un rimpianto mi è venuto guardando il programma di Buffa: non aver mai visto giocare Johan Cruijff e l’Olanda del calcio totale.johan-cruijff

Il tempo delle mele

Ieri ho sbucciato la mela a mio nonno. È stata la prima volta che l’ho fatto io per lui e non il contrario.  Questo passaggio di consegne, mi ha fatto riflettere, sebbene sia già un po di tempo che sono più io a prendermi cura di lui, che lui di me. Ho pensato a quelle volte in cui ero piccolo e gli arrivavo a mala pena alla cintura e lui mi portava a fare un giro al bar dove giocava a carte per stimarsi un po’ del nipote. Diceva: “Questo è il bastone della mia vecchiaia”. Poi ridevano tutti, gli amici del bar, io e lui. Io così piccolo da essere chiamato Jonny Stecchino,  il bastone di quell’omone di mio nonno? E alla fine invece è andata proprio così, a volte me lo prendo sotto braccio e lo aiuto ad andare avanti. Il tempo passa inesorabile, ma le mele non cadono mai troppo lontano dall’albero.