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La mala ora

“Il tempo passa senza far rumore”.

“Prima che arrivaste voi questo era un paese di merda come tutti, ora è il peggiore di tutti”

“La mala ora” è un breve romanzo di Gabriel Garcia Marquez, ambientato in un piccolo paese della Colombia vicino a Macondo, la città dove si svolge il più famoso “Cent’anni di solitudine”. La vita di questo paese viene stravolta dall’apparizione delle pasquinate, piccoli foglietti che vengono appesi nella notte alle case e che svelano i segreti degli abitanti del piccolo paese. Segreti che tutti già conoscono, ma il fatto che questi vengano resi pubblici fa sfociare tutta la vicenda in un tourbillon di violenza e in una grave crisi politica che sconvolgerà il paese.

Voto: 8+

Giudizio personale: Nel libro sono numerosi i rimandi al più famoso “Cent’anni di solitudine” e la descrizione dei luoghi è sorprendentemente precisa come quella del più celebre romanzo. Personalmente sono arrivato a preferire “La mala ora” a “Cent’anni di solitudine”, per via della trama che ho trovato più avvincente e interessante. Marquez usando l’espediente delle pasquinate è riuscito a parlare di politica e ad affrontare temi delicati in un paese come la Colombia di quegli anni.

 

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La grande bellezza, un film da Oscar

Lo so che arrivo con colpevole ritardo, ma in fondo sono il Bianconiglio e come tutti sappiamo il Bianconiglio è sempre in ritardo. Dopo la consegna dell’Oscar, pur essendo ormai annunciato da tempo come vincitore, in Italia si è scatenata la mania de “La Grande Bellezza”, con il pubblico che si è diviso e i giornalisti che hanno visto nel film segnali di una ripresa che non c’è. Ebbene quasi due mesi dopo la grande disputa ho deciso di guardare finalmente anche io la grande bellezza e non potevo non dire la mia a riguardo. Su Internet avevo letto di tutto, in molti facevano facili ironie cambiando il titolo in “la grande lentezza” o “la grande schifezza”. Dopo aver visto il film posso confermare un’ipotesi che avevo da tempo, ovvero che la maggior parte della popolazione italiana non capisce un cazzo. Pur non essendo un critico di cinema credo di poter dire che, superati i primi 15 minuti che lasciano un po’ interdetto lo spettatore, il film sia brioso, entusiasmante e soprattutto faccia molto riflettere. Tony Servillo è super e Jep Gambardella (il personaggio che interpreta) è costruito alla perfezione. La sceneggiatura è super, così come la colonna sonora e il montaggio,

Poi tutto questo ambientato a Roma, la città più bella del mondo, ripresa nel miglior modo possibile dal regista. ‘La Grande Bellezza’ non è però una cartolina o un film vuoto, è un film che ci lascia perplessi e ci fa riflettere su come stiamo passando la nostra vita. Perchèéin fondo come dice Jep: «Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro».

L’eleganza del riccio

eleganza del riccio

L’eleganza del riccio è la storia di Renée Michel, la portinaia di un condominio di Parigi abitato da gente nobile e spesso snob. Renée però va contro tutti i cliché che si hanno sulle portinaie ed invece è una donna molto colta, intelligente e simpatica, che però maschera tutto questo per non essere scoperta dai condomini. La co-protagonista del romanzo è l’adolescente  Paloma Josse, figlia di un Ministro della Repubblica, che odia tutta la sua famiglia per la loro superficialità e stupidità. Le due si incontrano e subito nasce una complicità  e un rapporto quasi da madre e figlia. Nello sfondo si muove l’interessante figura di Kakuro Ozu, un giapponese che porterà lo scompiglio nel condominio.

“Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti”.

Voto: 4

Giudizio personale: Ho letto questo libro convinto dai tanti pareri positivi che avevo trovato, ma come avrete capito dal mio voto non sono per nulla d’accordo con la valutazione che ne viene data. Probabilmente la colpa è mia che non sono riuscito a carpire la bellezza di questo libro, d’altronde sono uno che preferisce dei cubetti di mortadella a delle ostriche quindi come posso cogliere le sfumature di quest’autrice francese.  Durante la lettura di questo libro ho avuto il blocco del lettore, spesso ho avuto la tentazione di mollare, annoiato come non mai dalla mancanza di fatti nella trama di questo romanzo, che più che un romanzo è un trattato filosofico dell’autrice. A dir la tutta però non è nemmeno un trattato filosofico perché l’autrice non cerca di dimostrare nulla, ma vuole solo mostrare quanto è colta lanciando qua e là aneddoti inutili (credo che l’autrice si riveda molto nella noiosa portinaia). Inoltre i personaggi sono tutti troppo esagerati: la portinaia è un genio che riassume tutte le qualità, come Paloma e Monsieur Ozu, mentre tutti gli altri protagonisti sono stupidi e superficiali. Il finale dà un minimo di senso alla storia ed è l’unico momento non banale del romanzo, ma tuttavia non basta a rivalutarlo. Un libro saccente e noioso come la sua protagonista.