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Io vs Dio (Capitolo 1)

1. Capitolo

Io vs Dio

C’è chi si trova nel baratro per colpa sua, chi non sa quando c’è entrato e come ci sia arrivato, nella mia storia invece c’è una data precisa. Un giorno in cui tutto è cambiato. Sono pochi i giorni nella tua vita che ti ricorderai per sempre. Di cui non dimenticherai nemmeno un particolare, nemmeno la faccia della donne delle pulizie che hai incrociato, nemmeno il colore della giacca che avevi e il profumo che indossavi… Sono meno di dieci i giorni che segnano la nostra vita. Due di questi sono il giorno della nascita e quello della morte. Se pensiamo che un uomo di 75 anni vive più di 27.000 giorni è incredibile pensare che la nostra vita sia influenzata da una quantità così minima di momenti rispetto al totale che trascorriamo a non fare nulla. Ma è così. Per me il giorno in cui iniziò tutto era il 15 Aprile del 2005, avevo 19 anni e non vedevo l’ora di arrivare ai venti, era un giorno qualsiasi, ma la mia vita cambiò un po’ come succede nei film. Mi addormentai giovane e mi svegliai uomo. Perché tutto succede quando meno te lo aspetti. Un giorno vai in ufficio al World Trade Center come tutte le mattine e ti vedi arrivare un aereo che punta dritto verso di te. Spesso non vedi arrivare nulla, spesso pensi che sarà risolvibile, ma a volte non ci puoi davvero fare nulla. E’ così che iniziò la mia battaglia personale contro Dio. Qualcuno doveva essere colpevole di quanto mi stava succedendo, qualcuno doveva pur rispondere a tutti i miei perché, alla mia incredulità. In quei momenti c’è chi prende Dio con sé e decide di giocarci insieme la partita della vita, decide che lui è l’uomo in più, quello che salverà la squadra. Io invece ho deciso di giocarci contro, di dimostrargli che ero più forte; me la doveva pagare per quello che mi aveva fatto e sapevo che un giorno mi sarei auto proclamato vincitore della disputa. Nel mio scontro virtuale sul ring, partii bene, mostrai coraggio e determinazione, affondai anche un paio di colpi. Mi sentivo forte, giovane e imbattibile, Lui lo sapeva e mi fece stancare, correvo saltavo e giravo intorno a lui che mi guardava con quel suo sorriso di scherno. Nei momenti in cui mi sentivo più forte lui mi colpiva. Ai reni, in volto, ma soprattutto nel centro del petto. Io incassavo bene, ma ormai ero una maschera di sangue e in quel duello l’arbitro non c’era. Si combatteva fino alla morte, quella era la regola. Spesso ho pensato di lanciare l’asciugamano, di arrendermi dinanzi alla sua forza. Ricordo ancora quel colpo che mi diede il Natale del 2010, quando finalmente mi sentivo felice, lontano da tutto avevo ricominciato a vivere. Stavo tornando per raccontarlo alle mie persone più care, mia nonna mi aveva chiamato chiedendomi cosa volessi mangiare al ritorno. Per loro il mangiare era un’arte, una fissazione, per me era solo benzina da mettere in corpo. Comunque per il mio ritorno da tradizione bolognese volli i tortellini. Tornai a casa, ma mia nonna non c’era ad aspettarmi, non ho più potuto abbracciarla. Se l’era presa con sé. Quella volta caddi al tappeto, salii sulla finestra e guardai sotto. Bastava fare due passi in avanti e tutto sarebbe finito. Avrei perso, ma era una battaglia in cui non c’era nulla da fare. Molti avrebbero pensato che ero un debole, ma nessuno aveva preso i pugni che avevo preso io e nessuno aveva mai battuto il destino. Non c’era più motivo di continuare, nemmeno mi ricordavo perché stessi combattendo. Il tempo mi aveva logorato, ero stanco stremato. L’arbitro contava i secondi che mancavano alla fine. I primi nemmeno li sentii, la mia testa e la mia anima avevano già mollato.

Iniziai a sentire il conteggio dal numero 5.

6.

7.

8… mi bussarono alla porta. Era il mio fratellino, mi voleva fare gli auguri di Buon Natale e darmi un biglietto con scritto che mi voleva bene. Guardai l’arbitro e feci segno di si con la testa. Tornavo a combattere, perché in fondo c’è sempre un motivo nel nostro cuore per non mollare mai.

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Una boccata d’ossigeno

Mi stavo fumando una sigaretta. Faceva bel tempo, era incredibile come anche il tempo mi prendesse per il culo. Quando ero felice pioveva e in quei giorni lì, che ero a terra, lui rideva, risplendeva di luce in ogni angolo. Ero per terra in tutti i sensi, anche in quello letterale. Seduto su un marciapiede davanti al suo portone. Pensavo che era il mio momento più basso della mia esistenza, io a fare la posta sotto casa di una, disperato come un barbone. Poi pensai alla mia vita e trovai almeno un paio di punti più bassi e questo mi diede forza. In fondo poi ero lì per una buona causa. Ci avevo riflettuto a lungo e no non l’avrei implorata di riprovarci e mi ero imposto di non versare nemmeno una lacrima. Anche se avrei voluto baciarla e abbracciarla, non dovevo farlo. Lei magari l’avrebbe fatto, ma poi dopo poco sarebbe tornato tutto come prima coi soliti mille problemi. Ero lì solo per parlarle un’ ultima volta guardandola negli occhi, per uscire dalla mia solita passività, volevo solo vedere se mi riusciva a ripetere guardandomi in faccia quello che mi aveva detto squallidamente per messaggio. Che schifo la tecnologia, quanti momenti di vita ci ha tolto. Io chiedevo solo di essere solo lasciato a tu da una persona che ha il coraggio di guardarmi mentre lo fa. Era per quello che ero lì, che mi ero fatto duecento chilometri e che stavo aspettando da due ore e un quarto. Guardavo tutti i passanti come se da un momento all’altro dovesse sbucare lei, ma mai niente. Ormai era sera e di lei nessuna traccia, quando all’improvviso vidi una ragazza con un cappotto di pelle come il suo con un ragazzo al seguito. Mi si fermò la salivazione. Ma per fortuna non era lei. Ah in quel momento fui contento della mia miopia e poi mi dissi che si c’erano dei problemi come la distanza e qualche incompatibilità di carattere, ma in fondo lei era la ragazza di cui ero innamorato, non poteva essere così stronza da essere già con un altro il giorno dopo avermi lasciato. Ma come spesso era accaduto nella vita, avevo pensato troppo. Ero andato oltre. Infatti eccola arrivare dopo dieci minuti mano nella mano con quell’essere mitologico che incarnava tutte le scuse dei giorni prima. Contai fino a dieci, lei non mi aveva visto, potevo tornarmene a casa, fare finta di non aver visto niente e poi chiamarla al telefono urlandole il mio odio. Ah la mia solita passività… No basta questa volta no, avrei agito. E così la fermai, prima che aprisse il portone di casa a braccietto con lui. Era vestita con quella gonnellina che avevamo comprato insieme la settimana scorsa; era così contenta quando la comprammo. Probabilmente pensava già ad indossarla con lui nelle loro passeggiate sui navigli, con me ormai a stento si truccava e io scemo che le dicevo che era bella anche così, non avevo capito niente come tante altre volte. Cercai di mantenere il mio aplomb anche se tutti quei pensieri in testa volavano alla velocità della luce. Quando lei mi vide impallidì, scorsi una sorta di terrore nei suoi occhi e cercò di andare verso il portone di casa. La fermai per un braccio e le dissi : “Sono venuto per parlarti. E’ da oggi a pranzo che sono qua. Voglio solo parlare”. Lei stette ferma immobile come pietrificata e non apri bocca, cosa che fece invece il suo accompagnatore: “Hey chi sei? Cosa vuoi? Vedi di lasciarla in pace”

Ringraziando il corso di yoga mantenni una calma olimpica e risposi “Sono quello con cui ha fottuto fino a martedì scorso e vorrei capire da lei chi cazzo sei tu, anche se a dire il vero so già chi sei. Sei quello che si scoperà domani e che dopodomani sarai qua a disperarti come me perché ti ha sostituito con un altro”. Mi compiacqui della mia uscita brillante, ma notai che avevo creato un impasse nella discussione, nessuno diceva più nulla. Allora ripresi la parola e dissi a lei: “Possiamo parlare in privato dieci minuti per favore?”. Lei continuò a tacere e a fissarmi, al che lo “scopatore del domani” tornò alla carica e mi disse con lo stesso tono di prima: “Hey bello vedi di smammare”. Il corso di yoga non servì più. Non dissi nulla, ma gli diedi un pugno sul naso e sentii il rumore dell’osso rompersi. La sua maglia bianca si tinse di rosso e lei accorse a  preoccuparsi delle sue condizioni. Io li guardai schifato e dissi: “Una che parla troppo poco e uno che parla troppo. Sarete una bella coppia”. Mi girai e me ne andai, era già buio e dovevo tornare a casa. La mano destra sul volante mi faceva un po’ male, ma il cuore era più leggero, avevo respirato dopo un apnea di 200 chilometri.

Buonanotte ai miei lettori

Buonanotte! “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato”. Se perfino il Manzoni nel primo capitolo de “I Promessi Sposi” aveva parlato direttamente ai suoi lettori, mi sembra doveroso dedicare almeno questa buonanotte e questo post, che è il numero cinquanta del mio blog, a tutti i miei lettori. Perché si è vero che noi scrittori lo facciamo molto per piacere personale, ma in fondo siamo degli esseri vanitosi e i complimenti e le critiche dei lettori ci servono, sono il nostro pane quotidiano. Uno scrittore senza i propri lettori non è nulla e quindi ringrazio tutti quelli che spendono cinque minuti del loro tempo per leggere e commentare quello che scrivo. Inoltre grazie al blog e alla pagina facebook ho scoperto che ci sono tante persone come me che amano scrivere, leggere e condividere i pensieri quotidiani; quindi grazie come scrittore e anche come uomo per farmi sentire in buona compagnia. Un abbraccio a tutti.

Ogni giorno è la festa della donna

Buonanotte! Questa notte voglio regalare il mio saluto a tutte le donne. Si anche se non è l’otto marzo, ma la notte dell’undici aprile penso che se lo meritino lo stesso… Io amo le donne, uno dei più grandi misteri della terra, affascinanti, sorprendenti, infinite. Se esistesse un mondo senza donne chiederei la condanna a morte immediata. E a proposito di condanne e di donne volevo commentare con voi la sentenza per lo stupratore seriale di Milano, un egiziano di 29 anni che ha stuprato 22 donne e malgrado la richiesta dell’accusa di una condanna di 122 anni, ne ha presi 20 (il massimo in Italia col rito abbreviato). Si è parlato di sentenza esemplare e si è detto che la giustizia italiana ha dato un messaggio forte, io personalmente invece penso che sarebbe giusto l’ergastolo per una persona così. Ha rovinato la vita di 22 donne che probabilmente resteranno segnate a vita da questa cosa e lui a 49 anni o probabilmente anche prima sarà  un uomo libero e magari tornerà a farlo o comunque non penso che resterà molto segnato dai sensi di colpa visto che è un crimine che ha commesso 22 volte. Praticamente in media non resterà in carcere nemmeno un anno per ogni sua vittima e per noi questa è una sentenza esemplare… E’ vero che ce ne sono state molte peggiori e che ci sono molti colpevoli che nemmeno sono in carcere però anche questa condanna non mi soddisfa a pieno. Un’altra storia che mi lascia basito sempre sulla violenza nei confronti delle donne e che però questa volta, per fortuna, non riguarda il nostro paese è quella di Oscar Pistorius, che dopo aver sparato alla sua ragazza, ha pagato e adesso è fuori dal carcere a fare le sue corsette di allenamento. Della serie la legge è uguale per tutti… Mia madre mi ha sempre insegnato che le donne non si toccano nemmeno con un fiore e penso sia uno dei principi fondamentali della vita e chi lo infrange non è un vero uomo, ma una nullità.