Una boccata d’ossigeno

Mi stavo fumando una sigaretta. Faceva bel tempo, era incredibile come anche il tempo mi prendesse per il culo. Quando ero felice pioveva e in quei giorni lì, che ero a terra, lui rideva, risplendeva di luce in ogni angolo. Ero per terra in tutti i sensi, anche in quello letterale. Seduto su un marciapiede davanti al suo portone. Pensavo che era il mio momento più basso della mia esistenza, io a fare la posta sotto casa di una, disperato come un barbone. Poi pensai alla mia vita e trovai almeno un paio di punti più bassi e questo mi diede forza. In fondo poi ero lì per una buona causa. Ci avevo riflettuto a lungo e no non l’avrei implorata di riprovarci e mi ero imposto di non versare nemmeno una lacrima. Anche se avrei voluto baciarla e abbracciarla, non dovevo farlo. Lei magari l’avrebbe fatto, ma poi dopo poco sarebbe tornato tutto come prima coi soliti mille problemi. Ero lì solo per parlarle un’ ultima volta guardandola negli occhi, per uscire dalla mia solita passività, volevo solo vedere se mi riusciva a ripetere guardandomi in faccia quello che mi aveva detto squallidamente per messaggio. Che schifo la tecnologia, quanti momenti di vita ci ha tolto. Io chiedevo solo di essere solo lasciato a tu da una persona che ha il coraggio di guardarmi mentre lo fa. Era per quello che ero lì, che mi ero fatto duecento chilometri e che stavo aspettando da due ore e un quarto. Guardavo tutti i passanti come se da un momento all’altro dovesse sbucare lei, ma mai niente. Ormai era sera e di lei nessuna traccia, quando all’improvviso vidi una ragazza con un cappotto di pelle come il suo con un ragazzo al seguito. Mi si fermò la salivazione. Ma per fortuna non era lei. Ah in quel momento fui contento della mia miopia e poi mi dissi che si c’erano dei problemi come la distanza e qualche incompatibilità di carattere, ma in fondo lei era la ragazza di cui ero innamorato, non poteva essere così stronza da essere già con un altro il giorno dopo avermi lasciato. Ma come spesso era accaduto nella vita, avevo pensato troppo. Ero andato oltre. Infatti eccola arrivare dopo dieci minuti mano nella mano con quell’essere mitologico che incarnava tutte le scuse dei giorni prima. Contai fino a dieci, lei non mi aveva visto, potevo tornarmene a casa, fare finta di non aver visto niente e poi chiamarla al telefono urlandole il mio odio. Ah la mia solita passività… No basta questa volta no, avrei agito. E così la fermai, prima che aprisse il portone di casa a braccietto con lui. Era vestita con quella gonnellina che avevamo comprato insieme la settimana scorsa; era così contenta quando la comprammo. Probabilmente pensava già ad indossarla con lui nelle loro passeggiate sui navigli, con me ormai a stento si truccava e io scemo che le dicevo che era bella anche così, non avevo capito niente come tante altre volte. Cercai di mantenere il mio aplomb anche se tutti quei pensieri in testa volavano alla velocità della luce. Quando lei mi vide impallidì, scorsi una sorta di terrore nei suoi occhi e cercò di andare verso il portone di casa. La fermai per un braccio e le dissi : “Sono venuto per parlarti. E’ da oggi a pranzo che sono qua. Voglio solo parlare”. Lei stette ferma immobile come pietrificata e non apri bocca, cosa che fece invece il suo accompagnatore: “Hey chi sei? Cosa vuoi? Vedi di lasciarla in pace”

Ringraziando il corso di yoga mantenni una calma olimpica e risposi “Sono quello con cui ha fottuto fino a martedì scorso e vorrei capire da lei chi cazzo sei tu, anche se a dire il vero so già chi sei. Sei quello che si scoperà domani e che dopodomani sarai qua a disperarti come me perché ti ha sostituito con un altro”. Mi compiacqui della mia uscita brillante, ma notai che avevo creato un impasse nella discussione, nessuno diceva più nulla. Allora ripresi la parola e dissi a lei: “Possiamo parlare in privato dieci minuti per favore?”. Lei continuò a tacere e a fissarmi, al che lo “scopatore del domani” tornò alla carica e mi disse con lo stesso tono di prima: “Hey bello vedi di smammare”. Il corso di yoga non servì più. Non dissi nulla, ma gli diedi un pugno sul naso e sentii il rumore dell’osso rompersi. La sua maglia bianca si tinse di rosso e lei accorse a  preoccuparsi delle sue condizioni. Io li guardai schifato e dissi: “Una che parla troppo poco e uno che parla troppo. Sarete una bella coppia”. Mi girai e me ne andai, era già buio e dovevo tornare a casa. La mano destra sul volante mi faceva un po’ male, ma il cuore era più leggero, avevo respirato dopo un apnea di 200 chilometri.

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Informazioni su Alessandro Vitali

Mi piace scrivere e il sogno della mia vita è quello di poter vivere facendolo...

Pubblicato il maggio 2, 2013, in Io scrittore con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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