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Fiamme nella neve

Fiamme nella neve

Coriandoli di spuma

Scagliati da Urano

Cristallizzano la natura

E il mondo umano.

Non s’ode rumor,

Non vi è movimento,

La coltre bianca soffoca

L’uman patimento.

Ma corre il veleno nelle mie vene

Lo sguardo fisso cela il dolore

Di quel profondo

Squarcio al cuore.

Urla silenti laceran la quiete,

Le fiamme del drago eterno

Divampano in me

E fuori tace l’ inverno.

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Spunta la luna

SPUNTA LA LUNA

Quando spunta la luna

tacciono le campane

e i sentieri sembrano

impenetrabili

Quando spunta la luna

il mare copre la terra

e il cuore diventa

isola nell’infinito

Nessuno mangia arance

sotto la luna piena

Bisogna mangiare

frutta verde e gelata

Quando spunta la luna

dai cento volti uguali,

la moneta d’argento

singhiozza nel taschino.

 

Federico Garcia Lorca

Serata d’Aprile

Serata d’Aprile 
Azzurro e fiori di pesco 
violette e vino rosso
oh, come sboccia e arde
il vostro fuoco in me.
 
Giunto tardi a casa
rimango alla finestra
sento arrivare i sogni
ed è cupo il mio cuore.
 
Cupa per troppa vita
trema l’anima in me.
A chi posso darla?
Cara, la do a te.
Hermann Hesse

La pioggia nel pineto

LA PIOGGIA NEL PINETO di Gabriele D’Annunzio

Taci. Su le soglie  

del bosco non odo  
parole che dici  
umane; ma odo  
parole più nuove  
che parlano gocciole e foglie  
lontane.  
Ascolta. Piove  
dalle nuvole sparse.  
Piove su le tamerici  
salmastre ed arse,  
piove sui pini  
scagliosi ed irti,  
piove sui mirti  
divini,  
su le ginestre fulgenti  
di fiori accolti,  
sui ginestri folti  
di coccole aulenti,  
piove sui nostri volti  
silvani,  
piove sulle nostre mani  
ignude,  
sui nostri vestimenti  
leggieri,  
su i freschi pensieri  
che l’anima schiude   
novella,  
su la favola bella  
che ieri  
l’illuse, che oggi m’illude,  
o Ermione  
Odi? La pioggia cade  
su la solitaria   
verdura  
con un crepitio che dura  
e varia nell’aria  
secondo le fronde  
più rade, men rade.  
Ascolta. Risponde  
al pianto il canto  
delle cicale  
che il pianto australe  
non impaura,  
nè il ciel cinerino.  
E il pino  
ha un suono, e il mirto  
altro suono, e il ginepro  
altro ancora, stromenti   
diversi  
sotto innumerevoli dita.  
E immersi  
noi siam nello spirto  
silvestre,  
d’arborea vita viventi;  
e il tuo volto ebro  
è molle di pioggia  
come un foglia,  
e le tue chiome  
auliscono come  
le chiare ginestre,  
o creatura terrestre  
che hai nome  
Ermione.  
Ascolta, ascolta. L’accordo  
delle aeree cicale  
a poco a poco  
più sordo  
si fa sotto il pianto  
che cresce;  
ma un canto vi si mesce  
più roco  
che di laggiù sale,  
dall’umida ombra remota.  
Più sordo e più fioco  
s’allenta, si spegne.  
Sola una nota  
ancora trema, si spegne,  
risorge, treme, si spegne.  
Non s’ode voce del mare.  
Or s’ode su tutta la fronda  
crosciare  
l’argentea pioggia  
che monda,  
il croscio che varia  
secondo la fronda  
più folta, men folta.  
Ascolta.  
La figlia dell’aria  
è muta; ma la figlia  
del limo lontane,  
la rana,  
canta nell’ombra più fonda,  
chi sa dove, chi sa dove!  
E piove su le tue ciglia,  
Ermione.  
Piove su le tue ciglia nere  
sì che par tu pianga  
ma di piacere; non bianca  
ma quasi fatta virente,  
par da scorza tu esca.  
E tutta la vita è in noi fresca  
aulente,  
il cuor nel petto è come pesca  
intatta,  
tra le palpebre gli occhi  
son come polle tra l’erbe,  
i denti negli alveoli  
son come mandorle acerbe.  
E andiam di fratta in fratta,  
or congiunti or disciolti  
(e il verde vigor rude  
ci allaccia i malleoli  
c’intrica i ginocchi)  
chi sa dove, chi sa dove!  
E piove su i nostri volti  
silvani,  
piove sulle nostre mani  
ignude,  
sui nostri vestimenti  
leggieri,  
su i freschi pensieri  
che l’anima schiude   
novella,  
su la favola bella  
che ieri  
m’illuse, che oggi t’illude,  
o Ermione. 

 

L’albatros di Charles Baudelaire

L’albatros

Spesso, per divertirsi, i marinai
Prendono degli albatri, grandi uccelli di mare
che seguono, compagni indolenti di viaggio,
le navi in volo sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda
e già il re dell’azzurro, goffo e vergognoso,
pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le ali grandi e bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggaitore alato!
E comico e brutto, lui prima così bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi zoppicando, fa il verso allo storpio che volava!

Il poeta è come lui, principe dei nembi
Che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
fra le grida di scherno esule in terra,
con le sue ali da gigante non riesce a camminare

 

 

Alicante

Alicante  (Jacques Prévert)

Un’arancia sul tavolo

Il tuo vestito sul tappeto

E nel mio letto, tu

Dolce dono del presente

Frescura della notte

Calore della mia vita.